I benefici della musicoterapia per i bambini – Articolo – Arisp Magazine

I benefici della musicoterapia per i bambini – Articolo – Arisp Magazine

Un nostro articolo introduttivo riguardo l’intervento di musicoterapia con pazienti in età evolutiva pubblicato su Arisp Magazine di ottobre 2016. Arisp (Associazione per la Ricerca e lo Sviluppo della Persona).

Perché la musicoterapia fa così bene? Perché si tratta di una forma di comunicazione che non necessita di parole ed è immediata. La musica nasce con noi perché è presente nelle nostre vite già nel ventre materno e quindi è legata alla vera e universale essenza dell’ essere umano. Come afferma Stern: comportamenti, pensieri, sentimenti e azioni hanno tutti qualità musicali quali intonazione, dinamica, ritmo, durata e tempo. Come esseri umani noi veniamo concepiti in un ambiente sonoro (il ventre materno) e in questo contesto prima della parola noi impariamo a comunicare. Siamo cioè fondamentalmente degli esseri musicali.

In particolare con i bambini gli effetti benefici della musicoterapia sono stati confermati da numerose ricerche medico-scentifiche. Le numerose e positive testimonianze di esperienze di musicoterapia in gravidanza confermano l’utilità di affiancare attività sonoro-musicali ai tradizionali corsi di preparazione al parto. Mamma e bambino sono in comunicazione profonda fin dal momento del concepimento. All’ interno dell’utero, il feto è immerso in una liquidità sonora di origine sia endogena che esogena. Durante il periodo prenatale il feto non conosce il silenzio, ma anzi è totalmente immerso in bagno sonoro: per questo motivo il suono , il ritmo e il movimento sono aspetti che attraggono il bambino e diventano aspetti così importanti anche nel periodo post-natale. Lorenzetti definisce la musica madre delle arti “poiché essa è legata al suono e al ritmo nella originaria esperienza di vita del feto che è luogo privilegiato e primario degli affetti e delle emozioni”. Il feto è dunque avvolto da vibrazioni e movimenti quali il respiro, il battito cardiaco, i rumori intestinali, il liquido amniotico, la voce e i passi della madre… Oltre a percepire queste vibrazioni e movimenti a livello corporeo e in seguito acustico, il feto avverte le emozioni e gli stati d’ animo a lui trasmessi e risponde a sua volta a questi stimoli, dando vita ad un vero e proprio dialogo corporo-sonoro non-verbale. Ogni madre dovrebbe avere l’ opportunità di riconoscere e coltivare questa prima ma così importante forma di comunicazione con il proprio figlio. Attraverso attività mirate che prevedono l’ utilizzo di uno strumentario studiato ad hoc, la voce e il movimento, la musicoterapia offre ai genitori l’ importante opportunità di entrare in relazione empatica con il bambino, ma anche di imparare ad esprimere le proprie emozioni in modo creativo, ottenendo uno stato di rilassamento e di auto-consapevolezza fondamentali per combattere l’ansia e la tensione comuni nel periodo delicato della gravidanza e prepararsi con sicurezza e tranquillità al nuovo ruolo genitoriale.

La musica svolge un ruolo estremamente benefico anche sulle condizioni psicofisiche dei neonati prematuri e in particolare l’ascolto di suoni dolci e simili a quelli presenti nel grembo materno (voce dei genitori, particolari vibrazioni e note musicali) calmerebbe il battito cardiaco, regolarizzando la respirazione e favorendo sia un sonno tranquillo sia una corretta suzione. La musica ha il potere di lasciar scorrere le emozioni liberamente ed è una forma di comunicazione immediata che anche nel contesto scolastico favorisce la concentrazione, la creatività e l’ integrazione.

La musicoterapia si è rivelata strumento utilissimo per favorire lo sviluppo armonico dei bambini ed è particolarmente utile soprattutto per chi di loro presenta una patologia a livello neurologico, fisico e/o psichico. Diversi studi hanno dimostrato infatti che i bambini autistici mostrano una particolare attrazione verso la musica e che il suono e il ritmo possono effettivamente migliorare le loro capacità comunicative e il loro comportamento verso se stessi e gli altri. Per i bambini con patologie dello spetto autistico ascoltare e soprattutto fare musica, oltre a favorire uno stato di benessere e di calma, consiste in una forma di comunicazione imprescindibile: il bambino che non è in grado di utilizzare la parola riesce così a veicolare le proprie emozioni e a comunicarle attraverso suoni e ritmi e quindi ad uscire dal proprio isolamento. Per i bambini che non verbalizzano dunque spesso il suono è il mezzo di comunicazione per eccellenza. Inoltre la musica stimola la reazione verbale e vocale e quindi il desiderio non solo di riprodurre con la propria voce la melodia (Pani e Assente) ma anche le parole scandite da un ritmo e modulate da una melodia. La musica, per i bambini con autismo ad alto funzionamento serve infatti ad organizzare la comunicazione verbale che è già presente. La comunicazione ideale con un bambino Asperger è fatta di melodie e canzoni: se modulata dalla melodia e scandita ritmicamente la comunicazione acquista significato e il bambino è concentrato e attento al messaggio comunicativo che gli vogliamo trasmettere. Se invece si conversa normalmente, il bambino perderà concentrazione e interesse chiudendosi in sé stesso.

Boccardi e Lorenzetti sottolineano la necessità di cogliere anche il più piccolo gesto, sguardo o suono da parte del bambino gravemente compromesso: dobbiamo partire dalla proposta del bambino e non aspettarci risposte in base a idee o attività preconfezionate. Partendo dalla premessa che non si può non comunicare (Watzlawick), si lavora partendo dai suoni posseduti dal bambino (non solo parole o suoni intenzionali su uno strumento, ma anche il ritmo del passo o del respiro, suoni gutturali, mormorii, vocalizzi…) e dandogli significati diversi, a seconda di ciò che pensiamo e sentiamo voglia dire il bambino, cerchiamo di ricalcare cioè in qualche modo il ruolo materno della rêverie (Bion). Si tratta di un’ “osservazione tesa a poter cogliere le proposte del bambino e a capire, conoscere, un suo stile relazionale, cercando poi di intervenire per sviluppare queste proposte e farle diventare gioco relazionale con le sue implicazioni di scambio“ (Boccardi).

È ormai noto che anche i bambini autistici che non utilizzando la parola, in realtà possiedono dentro di loro la capacità di utilizzarla. Questa infatti emerge anche se raramente a proposito, in momenti particolarmente significativi e mai casuali. Il lavoro del musicoterapeuta è un lavoro immaginativo e coraggioso di riconoscimento e soprattutto di desiderio di senso: attraverso il nostro desiderio di scorgere un significato nelle parole e nei suoni emessi dal bambino, lui può sentirsi visto, compreso e riconosciuto e tiene vivo il suo desiderio comunicativo. Il lavoro nel contesto non verbale – contesto in cui si originano le prime esperienze e le prime forme comunicative infantili – è importantissimo e necessario non solo con i bambini che non utilizzano la parola (con i quali quindi è paradossalmente più semplice entrare in comunicazione con questa modalità) ma anche con bambini che la utilizzano o la utilizzano ” troppo”, come scudo difensivo o per mettere a tacere l’ ansia che può nascondere contenuti emotivi non elaborati e paure non riconosciute. Spesso il primo obiettivo della terapia è proprio condurre il bambino per mano in quel contesto originario e finalmente libero dal fiume di parole che non ci permette di ascoltarci davvero nel profondo. L’ utilizzo della parola però è allo stesso modo importante perché è in grado di contenere e dare significato a contenuti emotivi incompresi del bambino.

L’ autrice Alison Levinge nel suo libro The Music of Being (2015) applica alcuni concetti fondamentali della teoria sullo sviluppo umano di Donald Winnicott alla musicoterapia riuscendo a formulare una nuova teoria della musicoterapia . Non è abbastanza secondo l’ autrice che venga creato uno spazio in cui noi riusciamo ad essere con il paziente attraverso le tecniche dell’ improvvisazione clinica a risuonare, connetterci e riflettere tutte le espressioni sonore e gestualità che il bambino propone. Noi dobbiamo dare un senso a ciò che accade nella relazione. Anche se noi musicoterapisti lavoriamo ed entriamo in comunicazione – attraverso il canale creativo e non verbale del suono- con pazienti che non utilizzano il linguaggio simbolico e vivono in un mondo senza parole (world of wordlessness) noi dobbiamo comprendere il loro mondo interno , rispondendo al loro primario bisogno di essere compresi e questo attraverso la creazione di un setting che rifletta i più significativi aspetti della precoce relazione madre-bambino. In una relazione musicoterapica , il linguaggio della musica può negoziare i confini creati dalle difese verbali di bambini e adulti, costruite inconsciamente per proteggere loro stessi da ferite o sofferenze ulteriori a quelle passate. Una relazione musicoterapica può dar modo al terapista di connettersi con gli stati emotivi primitivi della persona e aiutarla a ritrovare quella che è la melodia dell’ infanzia (Pullen).

Bibliografia

Bion, W. R. (1962) Apprendere dall’esperienza. Tr. It. Armando: Roma, 1972.
Levinge, A. (2015) The music of being, Jessika Kingsley Publishers, London
Lorenzetti, L.M. (1989), Dalla educazione musicale alla musicoterapia, Zanibon, Padova
Lorenzetti, L.M. (1983) Autismo, psicosi infantili e musicoterapia, Edizioni PCC, Assisi
Pullen, A. (2010) Personal Communication
Stern, D. (1987) Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino
Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1971) Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio

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